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Giustizia: sangiovannese assolto dopo 23 anni

08 Giu
camminandoscalzi.it

(fonte) camminandoscalzi.it

di Giovanni Impagliatelli

Una brutta storia, finita bene. È la vicenda di Michele La Fratta. Commerciante sangiovannese di 67 anni assolto dopo 23 anni per “non aver commesso il fatto”. Non entrerò nei fatti e misfatti o  nelle arringhe, non è compito mio. È ovvio che qualcuno dovrà pagare e risarcire l’ingiusto. Ma questa è un’altra storia. Occorre capire come un giudizio lungo, quasi cinque lustri, abbia avuto ripercussioni,  limitazioni e sofferenze. Un periodo lungo, troppo lungo nella vita di un uomo.

Due i motivi che mi spingono a raccontare questa storia. Il primo: nessuna umanità per l’imputato. Il secondo: l’intenzione di evidenziare come  un caso di giustizia pachidermica  diventi  un fatto  dove,  tecnicamente, la giustizia torna a funzionare e moralmente,  dopo decenni, il sofferente  grida “giustizia è fatta”.
Il classico caso dove la montagna invece di  partorire  il topolino crea, oltre i ritardi ostetrici previsti, un uomo, un essere umano da “trattare” ricostruire e riabilitare. Una puerpera ancora sofferente dalle doglie del parto, con evidenti cicatrici. Un problema nel problema, come ci insegna il sistema carcerario.
A me interessa riconsegnare alla società una persona che possa avere una possibilità. L’esperienza, seppur traumatica, che ha visto come protagonista Michele La Fratta, per chi lo conosce Lellino, dovrebbe insegnare un po’ a tutti che bisogna credere nelle Istituzioni oltre ogni ragionevole dubbio. Oltre ogni rabbia e oltre ogni istinto.
La democrazia, con le sue debolezze e lungaggini, è l’unica strada da perseguire. Gli strumenti democratici le uniche armi di lotta per l’affermazione dei propri diritti. Un sistema dove la giustizia non è giustizialismo e il pregiudizio,  spesso razzista nei confronti di persone da riabilitare, è la strada più illegittima ed immorale da perseguire. Specie da chi ha l’obbligo di essere il promotore di tale rinascita. Gli Enti ne sono un classico esempio. E se c’è un “sistema” o meglio un anti-sistema contrario allo Stato di diritto, dove il “favore” prevale sul diritto, la raccomandazione è norma ed il merito è eccezione, la malagestio è sostituita dal malcostume e malaffare, è nostro dovere combattere tale metodologia. In sintesi, un marchio su una persona non deve essere per sempre. Chi sbaglia paga, e guai se cosi non fosse. Ma non è giusto che  chi sbaglia non paghi affatto oppure siano altri a pagare per lui.
Il motivo ultimo per il quale ho voluto raccontare questa storia? Semplice, dimostrare che è nostro compito, cioè della società pedagogicamente civile, non solo educare ma ogni volta che  occorre “rieducare”. Contrapporre la cultura di Atene alla rupe di Sparta. Ogni volta che abbiamo la possibilità di salvare un essere umano dobbiamo farlo. Ed ogni  volta che abbiamo la possibilità di consegnare alla società una persona nuova, totalmente riabilitata dobbiamo farlo. Mi piace sperare che sia cosi, mi piace credere che non esistano altre strade.
23 anni di attese, giudizi e pregiudizi hanno lasciato una traccia indelebile nell’anima di un essere umano. La mia preghiera? Per una volta le Istituzioni adottino una politica di recupero e non di sopraffazione.
 
Dedicato a tutti quelli che invece di dare risposte  serie al popolo, manifestano  sotto i Palazzi di Giustizia per i problemi di una sola persona.
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Pubblicato da su 8 giugno 2013 in Attualità

 

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